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La reclame

L’impiego della pubblicità per l’affermazione di un prodotto – qualunque esso sia – sapone, farmaco, specialità alimentare libro o diva dello schermo, nella società moderna diventa di giorno in giorno più raffinato, scaltrito, subdolo.
È acquisito dall’esperienza che tutto può essere variato, reso accetto, se magistralmente orchestrato: uomini, ideologie, prodotti commerciali, non importa cosa, purché vi sia abbondanza di mezzi finanziari e un terreno almeno in parte favorevolmente ricettivo.
“La propaganda deve colpire il cuore, non l’intelligenza” e “una bugia detta una volta resta una bugia, se ripetuta mille volte diventa verità” affermava Goebbels che della propaganda era maestro e insieme rappresentante certo di un caso limite. A guardarsi intorno infatti scopriamo mille esempi di come un uomo finisce per diventare oggetto commerciale, dalla coalizione ad esempio dei mercati per imporre al mercato un nuovo pittore, all’attività frenetica dei press-agent per il lancio di un’attrice sconosciuta, o di uno scrittore in occasione del suo primo lavoro. Ma ciò che più colpisce ovunque e in ogni caso, è l’uso indiscriminato del sesso. Riporta Baldini, in un suol libro, la scritta letta sul muro di uno stadio. Essa diceva: “Donne, donne, perché ci mostrate le gambe!”. Ma studiosi di sociologia, storici del costume, medici specializzati, ci dicono invece che oggi, la maggior disinvoltura delle donne nel vestire, nel modo di stare sedute, di accavallare e scoprire le gambe in breve, non ha più lo stesso valore di vent’anni fa.
Lo spettacolo quotidiano di masse di turisti che d’estate specialmente girano in pantaloncini, non turbano più le giovani coscienze, non inducono in pensieri così detti peccaminosi.
Andare a gambe nude si è quasi tutti, uomini e donne, belle e brutte.
La generalizzazione del fenomeno, ci dicono, agisce da elemento equilibratore. Ciò nonostante, donne stupende sono pagate per spogliarsi in una quantità di occasioni oggi più di ieri. Per propagandare il prodotto loro affidato, queste hostess del Colisseum a New York indossano pantaloncini cortissimi. La folla intorno si sofferma qui più volentieri che altrove.
Allo stesso modo i film che richiamano più gente sono quelli innanzi ai quali enormi cartelloni espongono immagini di donne ingigantite e spoglie fino ai limiti della decenza legale.
Ciò accade a Parigi, come a New York, a Tokio come nel Siam.
A loro scusante i fabbricanti di celluloide sostengono che un film è un prodotto che va smerciato subito. Esso non può contare sulla persuasione del nume mille volte ripetuto al giorno e per anni attraverso i canali soliti della pubblicità, dalla stampa, alla radio alla televisione. I tagli che la censura opera in Italia e le polemiche che essa suscita è come un terno al loto per la gratuita pubblicità ai film. Chi può vederli in edizione originale è guardato come un raro privilegiato.
La fantasia dilaga su particolari scabrosi e li ingigantiscono. Allo stesso modo, seguendo questo fantasioso processo, la reclame dei film moltiplicano in grandezza le immagini più piccanti delle loro storie.
Brigitte Bardot e le regine dello strip-tease sovrastano come sogni morbosi sulle teste dei passanti in una proporzione che non più neanche quella di Gulliver e i pigmei, ma due volte tanto. Se non si fa più caso ad una ragazza dai pantaloni corti, aggraziati il più delle volte, si resta con il naso in aria ad ammirare l’enorme corpo di cartone che dondola nell’amaca a Bangok con lo stesso effetto che a Parigi.
In Giappone queste reclame di locali notturni, di spogliarelli a poco prezzo, hanno il cliché crudo della realtà in molti casi peggiorativo. E pure il Giappone è quel paese dove nelle piscine uomini e donne si bagnano insieme, dove le pescatrici di perle si immergono coperte solo da un perizoma e sorridono ai turisti che si soffermano a fotografarle e lo strip-tease è i gran parte dei settemila locali notturni di Tokyo.
In America invece, sia negli Stati che permettono il nudo, che in quelli che lo vietano, proprio perché l’ideale della donna americana è asessuato, longilineo, senza esuberanti rotondità, nei cartelloni dei film o ovunque compaia una donna per fini pubblicitari, è sempre una maggiorata fisica, una intramontabile Lollobrigida degli anni venti.
In Europa, l’Italia è il paese più castigato. Da noi anche le statue sono state costrette a velare pudicamente talune nudità.

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  Da uno scritto originale di Nicola Sansone

 

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